L’importanza di essere un leader
È un momento di crisi economica, di valori e di paradigmi importante. Per me, che come coach ho sempre l’obiettivo di capire cosa funziona di più e di meno, dando alle persone strumenti per vivere meglio e facilitare la loro vita, da un punto di vista della comunicazione, la parola crisi non significa necessariamente problemi e depressione, ma opportunità e sviluppo. È indubbio, però, che la maggior parte delle persone vede nella crisi qualcosa di negativo che condiziona pesantemente le loro vite. Senza approfondire l’argomento della negatività, per il quale vi rimando al mio articolo, voglio soffermarmi, oggi, su un aspetto fondamentale per gestire questi momenti di cambiamento radicale: la leadership.
Il bello o il brutto delle crisi, a seconda dei punti di vista, è che nessuno sa come comportarsi. Ogni previsione rischia di essere smentita, sia a livello macro economico che nel quotidiano.Nessuno sa cosa fare e non esistono guru che possano prevedere l’andamento futuro del mercato. In questo contesto la leadership diventa importantissima.
Ma cos’è la leadership?
Secondo Tom Peters e Nancy Austin, business consultant e autori di libri di successo, leadership significa visione del futuro, entusiasmo contagioso, amore, fiducia, verve, passione coerenza, attenzione, gestione del dramma, creazione di eroi, persuasione. Jonathan Gosling, direttore del Exeter Centre for Leadership dice che i leader sono posti nelle condizioni di decidere per conto di altri. Napoleone diceva che un leader (un “capo”) è un mercante di speranza. Infine Ralph M. Stogdill, autore di libri di successo sulla leadership, dice che la leadership consiste nell’influenzare le attività di un gruppo organizzato nei suoi sforzi per definire e realizzare obiettivi.
La parola leader deriva dall’anglosassone to lead che significa “condurre”. Tra le varie teorie sull’etimologia della parola, mi piace scegliere quella che afferma che la parola deriva dal gaelico ed era attribuita ai giullari che, nelle rappresentazioni teatrali, uscivano in scena per primi. Un po’ come gli apripista, che si prendono anche i rischi. Da questa origine, quindi, il termine leader significherebbe “colui che va per primo”. Pensate a Braveheart, eroe scozzese interpretato, nel film, da Mel Gibson oppure a Nelson Mandela, o a Gesù Cristo. Tutti i leader vanno avanti per primi e danno l’esempio.
Nel tempo la definizione di leader è cambiata continuamente e si è evoluta, così come la sua applicazione pratica. Applicare oggi uno stile di leadership vecchio di 30 anni, risalente, per capirci, agli anni ‘80-90 rischia di essere non efficace e non più produttivo di risultati. Quindi anche i leader devono aggiornarsi e aggiornare il loro modo di gestire un team. Una cosa però è comune a tutti i leader, di tutti i tempi e di tutte le epoche e di tutti gli stili di leadership: l’abilità di influenzare le persone. La storia è ricca di leader che hanno aiutato e migliorato intere generazioni di persone e altri che hanno causato le disgrazie e la morte di milioni di persone. Ebbene, tutti avevano in comune la capacità di influenzare le persone. Questo significa che “manipolare” non è di per se un’azione positiva o negativa. Saper manipolare significa avere uno strumento e usarlo. È l’uso che ne facciamo che determinerà se è buono o cattivo, rispetto agli obiettivi che mi pongo e ai risultati cui ambisco e che ottengo alla fine. Posso manipolare mia moglie per convincerla a curarsi, quando lei è convinta di non avere nulla e, così, salvarle la vita. Oppure posso manipolare un cliente e fargli comprare qualcosa di cui non ha assolutamente bisogno, facendogli credere il contrario, per il solo fine di avere un guadagno a fine mese (cosa che non si dovrebbe mai fare, ma che fanno alcuni famosi formatori italiani, chiamati “motivatori” famosi, esperti di vendita e PNL). Posso usare uno scalpello per manipolare il marmo e dar vita a una statua oppure usarlo per colpire una persona.
Ma leader si nasce o si diventa?
Una cosa è certa: mentre fino a qualche tempo fa il leader si identificava spesso in chi aveva un ruolo di comando, a qualunque livello, oggi la leadership è sempre più flessibile, versatile e dinamica, nelle varie situazioni, nei gruppi e nelle varie situazioni. La leadership è più contestuale e legata al momento. Ad esempio in un gruppo di amici che vanno fuori a cena c’è un leader che influenza le persone per portarle a mangiare dove vuole lui. Poi, però a tavola, magari è un altro che persuade gli altri a ordinare un piatto, piuttosto che un altro, ed è un altro ancora che, a fine cena, convince tutti ad andare in un locale per finire la serata. Oggi la leadership è più dinamica, complessa e frastagliata. Ma ce n’è bisogno come il pane.
Un paio di anni fa, in piena crisi, ero a un convegno dove, tra i relatori, era presente un imprenditore marchigiano che ricopriva anche la carica di senatore. Le Marche sono la mia terra adottiva, ci abito da 24 anni e pur amandola ne riconosco anche i difetti. Uno dei problemi storici dei marchigiani è la scarsa propensione ad aggregarsi nel business. In sostanza il marchigiano è cosi orgoglioso e legato al suo prodotto e delle sue competenze che invece di condividerle tende a proteggerle, denigrando quelle del vicino. Niente di più devastante nel mercato della globalizzazione odierno, dove il successo lo fa l’unione e non la divisione. Visto il ruolo duplice coperto dall’esimio relatore gli ho chiesto cosa si poteva fare, secondo lui, per facilitare l’aggregazione aziendale degli imprenditori marchigiani, frazionati capillarmente in miriade di piccole realtà aziendali isolate le une dalle altre, per far sì che diventassero competitivi nel mercato. La sua risposta è stata lapidaria: la leadership. Lì per lì non ho compreso appieno la portata della sua risposta, ma poi ho capito che intendeva suggerire quello di cui abbiamo appena parlato, ovvero la necessità di stimolare alcuni grandi imprenditori del territorio a condurre, a guidare a portare a fare da esempio a tutti gli altri. Di tirarseli dietro, di aiutarli a crescere. Di fare loro da guida. Di influenzarli. Di conseguenza acquisire la capacità di influenzare le persone, di relazionarsi prima, e convincerli poi, significa acquisire la leadership.
In azienda un manager dirige, con competenze tecniche e professionali un gruppo di persone, attraverso il management. Il management tende a trattare tutti nello stesso modo, attraverso procedure e processi. Il problema è che se cambia l’organizzazione e, di conseguenza, le procedure e i processi, il management diventa inadeguato. A quel punto le competenze del manager diventano non più idonee a gestire il team. Il leader che funziona tende invece a trattare le persone ognuna in modo diverso, cercando ci capirne i bisogni, i punti di forza e di debolezza. Ecco dove risiede l’efficacia della leadership. E questo attraverso competenze relazionali che servono allo scopo.
Quindi, imparare a comunicare efficacemente, capire le persone, ascoltarle e anticiparne i bisogni, significa creare empatia, rapport e fiducia. E oggi per convincere qualcuno, e di conseguenze influenzarlo, bisogna che lui si fidi di noi. Tutte queste competenze possono essere imparate leggendo libri, stando con altri leader o anche frequentando corsi e ascoltando audio-corsi e acquisite attraverso un coach.
Per cui, se pure alcuni hanno doti naturali di leadership innate, si può anche affermare, senza ombra di dubbio, che leader si diventa. E, aggiungo, nel mondo e nel mercato di oggi si deve diventare leader, per crescere e far crescere, per migliorare e far migliorare. Lo scopo di ogni leader, oggi, dovrebbe essere quello di formare nuovi leader. Non funziona più esercitare la leadership facendo in modo di farsi seguire dalle persone e basta. Il leader è fallibile, come tutti gli altri e non può eccellere in tutto. Per questo creare un gruppo di leader fa sì che ognuno di loro possa eccellere in qualcosa in cui difetta un altro e tutti insieme creano valore aggiunto, un dream team.
Pertanto oggi, rispetto a qualche anno fa, la leadership si esprime attraverso la collaborazione e non la gerarchia e attraverso le relazioni con le persone e non le procedure e i processi. In definitiva oggi la leadership che funziona ha una connotazione emozionale e relazionale, piuttosto che gerarchica o di autoritaria e procedurale o di competenze.
Alla prossima!
Fdb

