I disabili e il business: un connubio possibile?
Il titolo provocatorio che ho scelto mi serve a focalizzare l’attenzione su un aspetto importante che sempre di più, in futuro, dovrebbe essere preso in considerazione nel mondo del lavoro: l’integrazione lavorativa tra abili e disabili. A me interessa soprattutto l’aspetto “comunicativo” dell’integrazione, e la conseguente “facilitazione dei processi” a esso legati, perché è su questo che sto riflettendo da qualche anno, a livello progettuale, con alcuni esperti del settore. Ma andiamo per gradi. Nell’articolo userò, per comodità i termini “disabile” e “abile” unicamente per differenziare, a livello di categoria concettuale, le persone con handicap fisici e senza handicap fisici, così come li intendiamo in senso generale, e rendere di più facile lettura il mio articolo, senza peraltro voler giudicare in alcun modo alcuna delle due categorie.
Prima di scrivere questo articolo ho voluto fare una ricerca su Internet, usando le parole chiave “integrazione lavorativa disabili”. La sfilza di link che mi sono apparsi riguardavano quasi tutti aspetti legati a “Legge 104”, “Conferenza sull’inclusione lavorativa”, “La normativa che garantisce le tutele dei disabili”, “Servizi di integrazione lavorativa”, e così via. Entrando in alcuni siti che trattano questi argomenti, in dettaglio ho letto articoli su orientamento professionale, le procedure previste dalla legge tal dei tali, adeguamento del luogo di lavoro, la responsabilità sociale delle imprese, tirocini formativi, riabilitazione psico-sociale, e così via. Potrei riempire l’intero articolo.
Ma non ho trovato nulla in merito alla comunicazione tra abili e disabili.
Come comunicano abili e disabili tra loro?Perché spesso i disabili si sentono emarginati?
E perché gli abili spesso fanno fatica a interagire con i disabili e si sentono in difficoltà e in imbarazzo quando sono con loro?
I disabili in azienda sono produttivi? Generano utili?
Gli abili e i disabili lavorano efficacemente in team?
Non voglio e neppure potrei affrontare queste tematiche da un punto di vista psicologico. Voglio solo soffermarmi sugli aspetti comunicativi che interagiscono tra gli individui che appartengono a queste due categorie concettuali, appunto abili e disabili.
Per come la vedo io il primo problema riguarda proprio la diversa connotazione linguistica che viene attribuita alle categorie concettuali. Le parole “abile “ e “disabile” già di per se segnano una linea di demarcazione forte che io non reputo né corretta né utile. Se riflettiamo un attimo, anche senza avere cognizioni approfondite di biologia, capiamo che, ad esempio, un non vedente ha perso un senso ma ne ha potenziati altri quattro. A un sordo capita probabilmente la stessa cosa. Chi resta senza un braccio acquisisce maggiori capacità con gli altri arti. La natura tende a compensare la nostra condizione biologica per “adattarci” all’ambiente circostante e dove non arriva la natura, siamo noi, in qualche modo, portati a sopperire alle nostre “mancanze” fisiche, compensando in diverso modo. A chi non è capitato, in caso di infortunio temporaneo a una mano, di imparare a scrivere con l’altra mano? La mia è volutamente un’analisi semplicistica e non voglio entrare nei dettagli e in situazioni contestuali che certamente potrebbero confutare questa tesi, perché mi serve solo a evidenziare un aspetto importante:
Ma è proprio vero che abili e disabili sono diversi tra loro?
In cosa? Nella disabilità? E in che cosa consiste questa disabilità? Se io ho il colon irritabile e sono soggetto tutta la vita a fenomeni diarroici frequenti dovrei essere considerato “diverso” o disabile” rispetto a chi ha un colon perfettamente funzionante? Potremmo fare un elenco infinito di differenze tra esseri umani. Purtroppo, invece, la nostra società ha voluto imporci, usando anche una linguistica poco utile, due modelli distinti di persone. Diverse fra loro, divise nettamente in categorie separate. E questo è un fatto culturale difficilmente estirpabile.
A livello lavorativo, quindi, spesso capita che nelle aziende che assumono disabili, le due categorie (abili e disabili) vengono a confronto e da lì cominciano le difficoltà di integrazione. Che si sostanziano soprattutto in un aspetto che permea i loro rapporti quotidiani: nella comunicazione interpersonale.
I progetti che sto portando avanti e che andrò a realizzare nei mesi a venire vogliono colmare questo gap intervenendo su due aspetti: integrare la comunicazione tra abili e disabili in entrambe le direzioni. Ovvero, i disabili devono imparare a comunicare con gli abili e viceversa. Entrambe le parti devono responsabilizzarsi e capire che devono sforzarsi per ottenere questo risultato. Più avanti illustrerò alcuni processi che devono essere messi in atto per ottenere ciò. Prima però voglio evidenziare i vantaggi che si ottengono quando gli abili e i disabili comunicano tra loro senza barriere concettuali, ostacoli emotivi e con spirito di comprensione reciproco: vantaggi personali in termini di maggiore serenità lavorativa e personale, di minore stress, e di soddisfazione personale, maggiore produttività individuale, perché insieme si lavora meglio e di più, e vantaggi in termini di business per l’azienda che non deve più “sopportare” il peso di persone che rendono poco perché interagiscono poco e male tra loro, ma possono sfruttare al massimo le persone che hanno per le loro capacità e competenze personali integrate con la capacità di lavorare in team in modo efficace e costruttivo.
La mia ricetta
1. Per generare un cambiamento radicale nella comunicazione tra abili e disabili, a livello lavorativo è necessario che entrambe le parti comincino a cambiare il loro punto di vista, le proprie mappe mentali e la loro comunicazione verbale e non verbale. Il processo di cambiamento avviene innanzitutto a livello mentale, nel considerare “l’altro” non più “diverso” ma “uguale”, solo con caratteristiche diverse dalle mie. Questo è il passaggio più difficile e spesso deve essere accompagnato da esperti, da coach, da formazione, da esercizi, da eventi appositamente studiati per aggregare e supportare. Gli abili devono cominciare a pensare come disabili e viceversa. Entrambi devono acquisire la capacità di “immaginare” situazioni diverse e rappresentarle mentalmente in modo diverso. La comprensione arriva con la consapevolezza. Conosco moltissime tecniche semplici, che ho appreso anche con la PNL, che aiutano le persone a “pensare” come le altre con pochi esercizi e poca difficoltà.
2. Abili e disabili devono imparare a parlare tra loro in modo efficace, a confrontarsi con apertura, umiltà e disponibilità, senza remore emotive. L’aspetto emotivo è importante e si supera solo con lucidità e raziocinio. Basta con l’imbarazzo e la vergogna, non servono a nulla. Siamo uomini e donne con pregi e difetti, indistintamente.
3. I disabili devono responsabilizzarsi e smettere di pensare di essere vittime che abbisognano di assistenza: devono cercare di badare a se stessi, adeguandosi alla loro situazione e al contesto in cui operano. Questo non significa che non necessitino di assistenza, ma anche un abile con una gamba rotta ha bisogno delle stampelle. È normale, non necessariamente sempre dovuto.
4. Gli abili devono smettere di pensare che i disabili “non sono capaci” ma trovare forme differenti per ottenere risultati da loro. E devono pretenderlo, senza commiserarli.
5. Abili e disabili devono modificare la loro comunicazione in base a chi hanno di fronte, non perché chi li sta di fronte è “diverso”, ma per essere più efficaci da un punto di vista comunicativo e quindi farsi capire e ottenere ciò che si vuole usando il linguaggio comprensibile all’altro. Se voglio spiegare a un bambino di 5 anni come andare in bicicletta, e sono un ingegnere, quale pensate che sia il linguaggio più efficace da usare con lui? Quello dell’ingegnere o quello di chi usa parole semplici e facilmente comprensibili al bambino? E non c’è commiserazione in questo, ma solo la necessità di essere capito. E ottenere un risultato positivo.
Ecco quindi che i disabili, in questo modo, diventano parte integrante dell’azienda, produttivi al pari degli altri. Le persone se ne avvantaggiano, l’azienda se ne avvantaggia, il sistema se ne avvantaggia. Il business funziona.
Utopia? Io ci credo!
Scrivetemi commenti e suggerimenti.
Fdb
