L’empatia migliora i rapporti di lavoro
Una ricerca scientifica di ampia portata, condotta sul contagio emotivo, evidenzia tutti i meccanismi di diffusione del sentimento della felicità. Per individuare le più importanti caratteristiche della cosiddetta gioia contagiosa la ricerca ha sfruttato i dati raccolti nel corso di un ventennio in uno studio denominato Framingham Heart Study.
Tutto questo serve per farci capire che la gioia si trasmette, sempre. Gli individui circondati da persone felici ed empatiche nel breve periodo hanno molte più probabilità di essere felici ed empatiche anche in futuro. Per riassumere: la felicità e l’empatia sono contagiose e producono effetti duraturi.
Per provare a spiegare scientificamente questo fenomeno e non circoscriverlo nel novero delle “ciarlatanerie” che spesso diffondono sedicenti formatori, ambiziosi di suscitare buon umore nel nome del pensiero positivo a tutti i costi (che peraltro può portare ad aspettative disattese che ci lasciano con il culo e l’emotività sotto i tacchi) voglio fare riferimento a uno studio fatto dai ricercatori del Yerkes National Primate Research Center dell’Università di Emory sulla contagiosità dello sbadiglio tra gli scimpanzé.
È risaputo che sbadigliare è contagioso. Ma perché?
La ricerca ha scoperto che gli scimpanzé sbadigliano di più se vedono sbadigliare altri scimpanzé che conoscono di più, rispetto a quando vedono sbadigliare scimpanzé estranei. Secondo i ricercatori Mattew Campbell e Frans de Waal (quest’ultimo uno dei maggiori primatologi del mondo) il contagio degli sbadigli fra scimpanzé rivela alla base l’esistenza di empatia tra scimpanzé appartenenti a uno stesso gruppo. Nello studio effettuato è emerso che la ragione che spiega la contagiosità degli sbadigli è la stessa che spiega la contagiosità di un sorriso: il sorriso quindi è un indice di empatia e lo studio dimostra che l’empatia è “tendenziosa”. Tali scoperte valgono tali e quali anche per gli esseri umani: proviamo molta più empatia verso le persone appartenenti al nostro gruppo.
Ma come possiamo diventare più empatici al lavoro?
In effetti ci sono molti fattori, al lavoro, che tendono a farci cadere nel baratro della emotività negativa, nello stress, nella insoddisfazione, nella frustrazione e persino nella depressione. E quindi, come fare per invertire la tendenza?
METTITI NEI PANNI DELL’ALTRO!
Non importa se l’altro è simpatico o antipatico, se è nel giusto o se sbaglia, se ti viene a favore o se ti rema contro. L’importante è avere la capacità di assumere il suo punto di vista. Che non significa necessariamente condividere il suo pensiero o essere d’accordo. Tutt’altro. Il cervello ha la tendenza, sempre, a voler essere felice, nel senso che tutto ciò che lo minaccia lui tende ad eliminarlo, cancellarlo, dimenticarlo. Il punto è che non possiamo eliminare clienti, fornitori, colleghi di lavoro, responsabili e amministratori che percepiamo come una minaccia perché, ad esempio, si lamentano di noi. Dobbiamo conviverci. Ecco quindi che sfruttare la capacità di contagiarsi con alcuni elementi emotivi appartenenti agli altri, ci porta a stare molto meglio con loro. La definizione che Wikipedia dà dell’empatia è “La capacità di comprendere a pieno lo stato d’animo altrui sia che si tratti di gioia, che di dolore”.
Rispecchiare elementi emotivi appartenenti agli altri (che non significa necessariamente immedesimarsi) facendo capire al nostro interlocutore di capire appieno il suo stato d’animo,genera empatia. Vi è mai capitato di condividere con qualcuno una malattia e che questo qualcuno vi abbia detto di averla avuta anche lui e di capire benissimo di cosa parliamo? Come vi sentite? Quella sensazione di calore e di condivisione risponde allo stato d’animo dell’empatia. il sorriso è empatico, così come il pianto, l’insoddisfazione, il dolore, la gioia e la felicità. L’importante è avere la capacità di mettersi nei panni altrui.
Provare per credere.
Francesco
