Tutti sanno cos’è l’effetto PLACEBO: ma cos’è l’effetto NOCEBO?
Un bambino sbatte la testa contro il tavolo e comincia a piangere. Allora la mamma, per farlo smettere, gli dà una zolletta di zucchero e gli dice: “prendi la medicina così ti passa subito il dolore!” Il bimbo prende la zolletta e subito sente meno dolore e rallenta il pianto fino a farlo smettere del tutto!
Tutti abbiamo sentito parlare dell’effetto placebo. Nell’effetto placebo se c’è l’intenzione o la convinzione che il finto farmaco (che sostituisce il vero farmaco) farà effetto, il placebo crea una risposta fisiologica e chimica nel nostro corpo. Negli ultimi 20 anni la scienza ha scoperto anche come funziona l’effetto placebo: se tu pensi di assumere un medicinale che toglie il dolore, ovvero un antidolorifico, nel momento in cui assumi il placebo (ovvero il finto farmaco) il tuo corpo genera endorfine e altre sostanze che sono più potenti di qualunque antidolorifico tu possa ingerire. Quindi la convinzione di assumere un farmaco attiva nel corpo una reazione chimica che, di fatto, genera le molecole che diminuiscono il dolore.
L’etimologia della parola placebo deriva dal latino e significa “io sarò consenziente”. Quello che i medici ancora fanno fatica a riconoscere e inquadrare è l’effetto nocebo. Nocebo è l’opposto di placebo. Se un medico dice a una paziente “Non si preoccupi, questa malattia ha solo il 20% di possibilità di non regredire e di diventare inguaribile”, nel momento il cui il paziente ascolta queste parole pensa immediatamente che la sua malattia sia in quel 20% che può farla morire e non pensa all’80% di persone che guariranno. Si chiama focus mentale.
Diciamo, per cominciare, che spesso chi usa le statistiche non è consapevole del fatto che la statistica non ha nulla a che vedere con la realtà. È come dire che la temperatura media di Milano è di 25°. Questa media non mi dice che temperatura c’è oggi a Milano o quella che ci sarà domani. Se dico che il reddito medio di un professionista è di € 50.000,00 annui, se tu che mi leggi sei un professionista non so qual è il tuoi reddito. Per fare una battuta, come disse un tale, le statistiche sono come una ragazza in bikini: quello che ti dice è ovvio, quello che nasconde è più interessante…. E ce n’è un’altra ancora più divertente che dice che nove statistiche su dieci sono inesatte ….. compresa questa!!
Penso che in campo medico le statistiche non dovrebbero essere applicate alla prognosi del paziente, quindi non si dovrebbero usare. Ma alcuni medici lo fanno. Così come le usa chiunque vuol essere convincente e vuol argomentare con tesi che avvalorino la loro idea. In campo medico, usare le statistiche nel modo descritto, crea l’effetto nocebo.
Ecco cos’è successo alcuni anni fa, riferito nel 2007 dai medici dell’Università del Mississippi.
Uno studente di 26 anni viene ricoverato in ospedale con i sintomi di un avvelenamento acuto, dopo aver ingoiato 29 pillole di antidepressivo che gli era stato prescritto nell’ambito di uno studio clinico. Poiché la sua fidanzata aveva lasciato il giovane studente, egli, disperato, aveva ingoiato l’intera confezione del farmaco. Convinto di essersi avvelenato, lo studente, di nome Derek Adams (*), aveva avuto un collasso: la pressione era crollata e i medici hanno cercato di stabilizzarla con una flebo. Poi hanno saputo, dai colleghi, che il giovane faceva parte di un gruppo di placebo e, com’é prassi in questi casi, lui ne era all’oscuro: quindi il ragazzo aveva ingoiato semplici pillole di zucchero, senza alcun principio attivo antidepressivo. Appena saputo come stavano davvero le cose, in pochi minuti l’”avvelenato” si è ripreso ed è stato dimesso.
Questa storia ha dell’incredibile eppure è scientificamente dimostrata: è l’effetto nocebo. In latino significa “nuocerò” È il gemello perfido dell’effetto placebo.
Attenzione, non sto dicendo che si guarisce solo con la forza del pensiero e che le medicine non servono a nulla, sia ben chiaro. Sto solo argomentando sul fatto che la psico-neuro-immunologia ha ormai dimostrato chiaramente quali sono gli effetti positivi o negativi dei nostri pensieri sulla nostra fisiologia, sulle reazioni chimiche che ci fanno stare bene o male e sulla capacità di guarire più o meno facilmente grazie ad essi.
Quindi la conclusione che ne traiamo è che essere informati dei possibili rischi di un farmaco o di una malattia può avere effetti negativi. E questo, nella comunicazione tra medico e paziente può avere un forte impatto negativo. Personalmente, come coach, ho studiato ed elaborato percorsi formativi per aiutare medici e infermieri a strutturare la propria comunicazione con il paziente in modo efficace, riconoscendo e rispettando i suoi stati emotivi e usando le tecniche di comunicazione per ottenere dal paziente la risposta emotiva e collaborativa voluta. Mi augurerei che tali percorsi siano, in futuro, introdotti nella formazione obbligatoria, in campo sanitario di medici e para-medici, sia per dare loro maggiori strumenti di gestione del paziente, sia per generare in lui una risposta emotiva più positiva e collaborativa.
Alla prossima.
Francesco Di Bitonto

